San Blas – Guna Yala

Arriviamo in questo meraviglioso arcipelago di notte, dopo 7 giorni di salata, ventosa e dondolante navigazione e …. al mattino dopo ci è sembrato di avere una visione, come fosse un miraggio.

Guna Yala (terra dei Guna) è una regione indigena di Panama. Ha una superficie di poco piu’ di 4.000 km² e ha circa 30.000 abitanti e si sviluppa su una striscia di terra che si affaccia sul mar dei Caraibi e un lungo arcipelago composto da piu’ di 350 isole di cui solo 50 sono abitate: le San Blas. Il nome pero’ è cambiato nel 2011, quando il governo panamense ha accolto il reclamo del popolo Guna: dato che nella loro lingua nativa non esiste la lettera k, il nome è cambiato da “Kuna Yala” a “Guna Yala”.

La prima isola che tocchiamo e’ Maqui che si trova nelle Estern Holandes Cays: sabbia bianchissima che trasforma l’acqua color smeraldo in trasparente, chiara e calma protetta dalla barriera, alte palme inclinate verso il mare, spiaggia pulitissima che al centro si trasforma in pratino.

Facciamo a piedi il giro di tutta l’isola (cosi’ sgranchiamo anche un po le gambe) e pranziamo da Ibin’s beach restaurant: pesce e riso bianco su uno sfondo da urlo.

Scendiamo a terra anche a cena nell’unico altro ciringhito….pollo e riso bianco ma questa volta abbiamo anche la pigna colada e tanta musica. Queste isole sono ben conosciute dai back pakers che qui possono piantare la loro tenda e passare da un’isola all’altra chiedendo un passaggio agli indigeni. Per questo ci sono sempre tanti giovani intorno a questi ciringhiti.

Sulle isole il turismo non è per nulla sviluppato. I Guna non hanno accettato le proposte di grandi catene di resort e non vogliono cambiare la loro terra; sulle isole non arriva la corrente e l’acqua è molto preziosa e viene trasportata dal continente (pero’ alcuni hanno starlink).

Andiamo poi a El Porvenir, l’isola dove c’è l’ufficio immigration per fare l’entrata nel paese. Ci mettono il timbro sul passaporto ma la dogana vera e propria dovremo farla a Colon. Al Congreso General (un posto tipo “ufficio del turismo”) paghiamo la fee per l’entrata nel parco naturale (20$ a persona e 75$ per la barca). Oltre a queste due casette, sull’isolotto c’è solo l’unico aereoporto dell’arcipelago: una strada diritta che va da una riva all’altra dell’isola. Ci credo che non esiste questo aereoporto su skyscanner e non c’era verso di trovare un volo da qui per tornare veloci a Milano.

Facciamo 4 miglia e andiamo a Chichime dove ceniamo da An dutu (sempre pesce con riso bianco … diciamo che l’alimentazione non è molto varia). Anche qui inizialmente siamo solo noi poi dalle palme sbucano una trentina di giovani backpakers.

Solo le isole principali hanno il loro ciringhito ma hanno anche sempre un campo da pallavolo , delle altalene appese alle palme e delle amache.

Andiamo poi a buttare l’ancora vicino a Dog Island che è una delle piu’ belle e ci rimaniamo 2 notti. Sulla barriera c’è un relitto: una vecchia navetta rossa che si è bloccata e inclinata sugli scogli….non è difficile che succeda con i fondali che ci sono qui. Facciamo un giro esplorativo con il Potino e arriviamo anche su un isolotto di sabbia “da 1”. Le foto parlano da sole ed è difficile sceglierne solo alcune.

Fabio fa volare il vecchio drone: la prima volta se ne torna in barca da bravo ma la seconda volta, dopo avere fatto una lunga registrazione, non centra la barca e pluf, va a fondo. Siamo proprio sul bordo della barriera e Fabio deve prendere la bombola grande e andare sotto di circa 20 metri per recuperarlo. Non credo proprio che si riprenderà ma almeno abbiamo recuperato gli ultimi video e per fortuna abbiamo il drone nuovo che è stato regalato a Fabio per il retirement.

Scendiamo a terra e troviamo l’equipaggio turco di Deriska con cui chiacchiaremo a lungo (vedi qui) prima di una fugace cenetta (sempre pesce con riso).

Andiamo poi nel gruppo di isolette piu’ vicino a terra e scegliamo Cambombia. Il tempo non è bellissimo e i colori cambiano continuamente. L’avvicinamento è molto complicato e le due carte nautiche che seguiamo (navionics e c-map) non coincidono per cui io vado in alto a prua a tenere d’occhio i colori dell’acqua. Rischiamo davvero di toccare un grande gruppo di coralli!! che brivido! Tiriamo un grande sospiro di sollievo quando riusciamo a buttare l’ancora. Qui ci incontriamo con Mads, Petunia e Lina di Apnea che avevamo incrociato a El Porvenir e vengono in barca da noi a raccontarci le loro storie. (qui)

L’ultima tappa la facciamo ancora sul gruppo delle Holandes cays ma questa volta stiamo a ovest e buttiamo l’ancora fra due isole praticamente deserte (Waisaladup).

Anche questo ancoraggio è stupendo e tranquillissimo e andiamo a fare snorkeling fra i coralli che stanno fra le due isole. Bellissimo…in alcuni punti quasi maldiviano, direi.